mercoledì 23 giugno 2010

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martedì 22 giugno 2010

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Re Mida all'Incontrario

(Marco Travaglio da Il Fatto Quotidiano 21 giugno 2010)

Se non fosse che ha sette vite come i gatti, il ducetto farebbe quasi pena. Il Re Mida che trasformava in oro qualunque cosa toccasse è diventato un Re Merda. Ha due ministri pregiudicati e cinque inquisiti o imputati (l’ultimo, Brancher, l’ha aggiunto lui per fare cifra tonda). Il coordinatore dei Servizi segreti De Gennaro l’hanno appena condannato in appello per il G8. I suoi ex capi dei servizi, Pollari e Mori, sono imputati rispettivamente per peculato e favoreggiamento alla mafia. Il suo cappellano don Gelmini va a processo per molestie sessuali. E il suo pappone di fiducia Giampi Tarantini per spaccio di coca. Il suo commissario Agcom, Innocenzi, è sotto inchiesta per i traffici anti-Annozero. Suo fratello Paolo, già pregiudicato, è di nuovo indagato per il nastro Fassino-Consorte. Sulla faccenda dovrà testimoniare obtorto collo il suo on. avv. Ghedini. Il coordinatore del suo partito, Verdini, è indagato un po’ dappertutto con la Cricca, mentre l’ex coordinatore Scajola è ancora lì che cerca chi gli ha pagato la casa.
I fuoriclasse del Partito del Fare se la passano peggio di quelli del Milan. Gianni Letta, già “uomo della Provvidenza”, sbuca da un bel po’ di inchieste imbarazzanti. San Guido Bertolaso, l’uomo che insegnava la protezione civile agli americani e fermava le catastrofi con le nude mani, è indagato per corruzione; appena apre bocca si fanno tutti il segno della croce; e ha ormai l’immagine di uno scroccone che non paga non solo i massaggi e l’affitto, ma nemmeno le bollette. Come quell’altro genio dell’ingegner Lunardi: B. lo presentò a Porta a Porta come l’homo novus della politica del fare, il fulmine di guerra che avrebbe sbloccato le grandi opere, una gallina dalle uova d’oro. Ora scopriamo che anche lui faceva e riceveva favori dalla Cricca, ma – beninteso – “come persona, non come ministro, perché sono una persona corretta” (infatti è indagato).

E Stanca? Ricordate Lucio Stanca? Il Cavaliere tenne il nome segreto per giorni e giorni, annunciò soltanto che aveva trovato un gigante del pensiero, un tecnico da paura, un cervello fuori misura che, con la sola forza del pensiero, avrebbe cablato e informatizzato l’Italia tutta, isole comprese, come ministro dell’Innovazione tecnologica (una delle tre “i”, quella dedicata a Internet, era tutta sua). Quando poi si seppe che era Stanca, e soprattutto se ne vide la faccia lievemente più inespressiva di un termosifone spento, qualcuno timidamente domandò: “E chi cazz’è?”. La risposta fu: “L’ex presidente dell’Ibm, che diamine, mica un pirla qualsiasi!”. Roba forte. Dal 2001 al 2006 passò talmente inosservato che a volte dimenticavano di invitarlo alle riunioni, senza peraltro accorgersi della sua assenza. Nel 2008, tornato al governo, B. si scordò sia di lui sia del suo ministero: dispersi.

Fu recuperato come ad di Expo 2015, anche se è già deputato, ma ora pare che dovrà sloggiare pure di lì: dopo che Tremonti gli ha tagliato i fondi, commissariato le deleghe e asportato lo stipendio (deve accontentarsi di quello di parlamentare), la presidente Bracco gli ha inviato un’ingiunzione di sfratto per scarso rendimento. Un altro monumento che crolla miseramente, mentre i miracoli evaporano l’uno dopo l’altro. Quello della ricostruzione de L’Aquila, grazie ai pm, a Draquila e al popolo della carriole, è una tragica barzelletta: si sbriciolano anche le casette della leggendaria New Town a prova di bombardamenti, inaugurate in pompa magna sotto lo sguardo lubrico di Vespa.

Il miracolo dei rifiuti scomparsi in Campania funziona a tal punto che ora la monnezza rispunta pure a Palermo, altra capitale del buongoverno grazie al sindaco Cammarata (ora è in Sudafrica: a casa c’era troppo tanfo). Persino Minzo fatica a nasconderla. E la legge bavaglio è talmente sfigurata che non la riconoscono più nemmeno i mafiosi. Ma B. insiste: “Approviamola comunque”. Come viene viene. Ormai è un pugile suonato che mena fendenti all’aria. Se non fosse che l’altro pugile ha abbandonato il ring, rischierebbe persino di perdere la partita.

giovedì 17 giugno 2010

Un Latrin Lover a Sofia ( di Marco Travaglio)

da Il Fatto Quotidiano, 15 giugno 2010



Mentre il Pd, per bocca del sagace Andrea Orlando, lacrima inconsolabile per la fine del “dialogo sulla giustizia” e nutre addirittura “il sospetto che non sia il ministro Alfano ad avere in mano l’agenda del dibattito” (ma va?), il presidente del Consiglio ha altro da fare. L’altroieri era a Sofia, ridente capitale della Bulgaria, che l’ha sempre molto ispirato. No, stavolta niente editti bulgari per epurare questo o quel personaggio della tv: non c’è più nessuno da epurare.
Stavolta inaugura fugacemente un monumento equestre a Garibaldi (a distanza di sicurezza dalla Padania), poi dà il meglio di sé a una cena col premier locale, l’ex bodyguard ed ex campione di karate Bojko Borisov, che potrebbe essere suo figlio. Un tipo fine, noto per aver detto che in Bulgaria “non ci sono lesbiche e, se ce n’è qualcuna, è solo perché non ha ancora incontrato me” (raffinatezza che incredibilmente non era ancora venuta in mente al latrin lover brianzolo).
Insomma lo statista ideale – a parte l’età, la statura e la stazza che lo fan sembrare la custodia del nostro – per duettare da pari a pari con il Cavaliere di Hardcore. A ingentilire ulteriormente la compagnia, è pure presente Vittorio Sgarbi.


Berlusconi lascia subito il segno invitando l’amico Borisov (che lui chiama inspiegabilmente “Boris”, senza che nessuno osi contraddirlo, a parte l’interessato che seguita a voltarsi alla ricerca di quel tal Boris) a rimuovere un cartellone pubblicitario prospiciente il ristorante (“è un vero orrore, fallo togliere”). Poi, all’arrivo di una procace cantante in abiti succinti e tacchi a spillo, il nostro Lord Brummel dà fondo alle più galanti tecniche di corteggiamento, integralmente tratte dal repertorio di Bombolo e Alvaro Vitali. Strizzatine d’occhio, gomitate al padrone di casa (lui stesso un po’ imbarazzato), eloquenti gesti manuali, apprezzamenti assortiti alla tipa e alle quattro coriste (“faccio la foto con voi solo se mi date il numero di telefono”). Segue immancabile accenno al suo attuale status di ragazzo disponibile: “Non preoccupatevi, ormai sono single. Sotto casa ho la fila di aspiranti fidanzate, tutte mi vorrebbero come marito perché ho la grana, non sono scemo, sono simpatico e anche giovane”. Soprattutto se, come minaccia, camperà un altro mezzo secolo: “Sto finanziando una ricerca per alzare l’età media: io e Boris vivremo 120 anni, me l’ha garantito un istituto scientifico di Verona” (deve trattarsi del centro di igiene mentale che l’ha in cura, con la consegna di assecondarlo in tutto).
A quel punto l’amico “Boris”, ormai rassegnato a chiamarsi così, e la ballerina molestata tentano di immaginare come sarà il nostro premier a 120 anni visto che è già così a 74, e soprattutto come devono essere ridotte queste “aspiranti fidanzate” per sognare di portare all’altare uno che somiglierà al maestro Yoda di “Guerre Stellari” e che verrebbe respinto anche da una badante bulgara.


L’elegante cerimonia si conclude con le solite geremiadi: “Non ho alcun potere” e “la Costituzione è cattocomunista” e il sacrificio che fa a governarci (“ho ville ad Antigua e alle Bermude e una barca alle Bahamas, ma non posso godermele da otto anni”) e l’assenza di “un leader d’opposizione con cui dialogare” (l’idea che l’opposizione debba opporsi non lo sfiora neppure in Bulgaria, dove la cosa è considerata normale). Infine il simpatico scambio di doni col cosiddetto “Boris”, che compie 51 anni: il bizzarro ospite italiota sfodera il consueto orologio da tre chili in oro massiccio e un intero stock di cravatte e panettoni (quelli avanzati da Natale). Manca soltanto la classica batteria di pentole antiaderenti, ma la farà spedire.
Ancora una foto con una fan in piazza: “Sei bella come una fata – le sussurra all’orecchio – peccato solo una foto…”. Poi le guardie del corpo lo portano via un istante prima della denuncia per stalking. Solo allora – riferisce la Repubblica – veste “i panni dello statista”, anzi – per dirla con La Stampa – indossa “un’altra veste e incarna l’uomo di Stato”. Praticamente si rimette le mutande.

mercoledì 16 giugno 2010