mercoledì 22 dicembre 2010

martedì 21 dicembre 2010

IL LAVORO DEGLI ALTRI di Beppe Grillo

In posta trovi la banca. Alla stazione i centri commerciali. Non puoi ancora spedire un pacco allo sportello bancario, ma è solo questione di tempo. E' il trionfo della universalità. Il politico passa il suo tempo in televisione, ma non in Parlamento, fa l'attore, non le leggi. Chi viene eletto, a tutti gli effetti, è come se fosse assunto dalla RAI. C'è una repulsione crescente verso il proprio mestiere che spinge a fare altro. Il treno in orario per Moretti è meno importante dei supermercati delle Grandi Stazioni. Benetton in teoria fa maglioni, in pratica gestisce autostrade, un'attività di cui non ha alcuna esperienza con la quale incassa però miliardi di euro di pedaggi. Colaninno, ex Telecom, ex Olivetti, ex tutto, va in Vespa e si occupa di Alitalia non sapendo una cippa di trasporto aereo. E' l'apoteosi dell'incompetenza.
Le escort diventano ministre, i giudici fanno i deputati e molti deputati vorrebbero fare i giudici, il governo emana le leggi al posto di governare e l'opposizione, oltre a opporsi, trova il tempo di collaborare. L'oncologo Veronesi si improvvisa esperto nucleare. Fare altro serve a combattere la noia del proprio mestiere. Meglio dilettante ogni giorno, che professionista per tutta la vita. Solo chi affronta la sua attività con lo spirito del dilettante puro può svolgerla senza distrazioni, con la leggerezza dell'improvvisazione, Bertolaso delle catastrofi ad esempio, o Gasparri quando era ministro inconsapevole delle Telecomunicazioni.
Fare altro non significa, come è ovvio, rinunciare allo stipendio per il quale si è pagati per fare qualcos'altro. Anzi. L'"altrismo" non va confuso con l'altruismo, pur avendone l'assonanza. Se il delitto non paga, esattamente come Tremorti, fare il sindaco e il senatore, l'attore di teatro e il deputato, l'avvocato e il parlamentare paga doppio e anche triplo. L'altrismo sviluppa sinergie impensabili insieme ai portafogli. L'importante è partecipare (all'incasso). Trovare un ministro che fa il ministro, un eurodeputato che fa l'eurodeputato, una puttana che fa la puttana è un'impresa disperata. C'è pure chi si improvvisa leader mentre è presidente della Camera e chi partecipa alla stesura delle leggi come presidente della Repubblica.
L'attività del vicino è sempre più verde. Babbo Natale farà anche la Befana e i Re Magi insieme a San Giuseppe. Il trasformismo, vecchia malattia del Paese, che colpisce inesorabilmente gli italiani, da Giolitti a Scilipoti (con rispetto parlando) si è trasformato nella schizofrenia sociale, Ognuno è anche altro. L'importante, come sempre, è non lavorare e soprattutto, non prendersi le proprie responsabilità.

giovedì 9 dicembre 2010

Michael Buble - Song for you


...nella solitudine, nella malattia, nella confusione, la semplice conoscenza dell'amicizia rende possibile resistere, anche se l'amico non ha il potere di aiutarci. È sufficiente che esista. L'amicizia non è diminuita dalla distanza o dal tempo, dalla prigionia o dalla guerra, dalla sofferenza o dal silenzio. È in queste cose che essa mette più profonde radici. È da queste cose che essa fiorisce....

Pam Brown

venerdì 26 novembre 2010

Naginatajutsu: l’arte della lancia curva


L’arte del maneggio dell’alabarda o naginata venne conosciuta nell’antico Giappone come naginatajutsu. Questo metodo di combattimento veniva praticato secondo innumerevoli stili e vi erano specializzazioni imperniate sull’uso di tutti i vari tipi di lance. In Giappone abbondavano le scuole di bujutsu specializzate nell’uso dell’alabarda. Tutti questi ryu (scuole) che praticavano l’arte della naginata avevano in comune un numero rilevante di tecniche basilari, come gli affondi (tsuki), i fendenti (kiri) e le parate (uke) che erano comuni a tutte le armi da taglio. Le posizioni iniziali, i movimenti introduttivi, gli stili adottati per avanzare verso l’avversario o per portarsi fuori dalla portata della sua lama, i modi per raggiungere un bersaglio o per eludere un assalto, variavano da una scuola all’altra e venivano diligentemente studiati ed applicati durante i combattimenti.
La naginata e il nagamaki (una variante dell’alabarda classica) vennero adottati sin dall’inizio dal bushi. Maneggiati eseguendo tipici movimenti circolari, potevano entrambi essere utilizzati sia a cavallo sia a terra; il nagamaki in particolare veniva usato spesso per troncare le gambe dei cavalli dei nemici.
Sotto l’aspetto pratico quest’arte si componeva di tecniche di attacco, contrattacco e difesa che derivavano dalle posizioni fondamentali di guardia e dai movimenti basilari che, fluendo armonicamente l’uno nell’altro, facevano della disciplina del naginatajutsu uno dei metodi di coordinazione più spettacolari ed efficaci tra quelli che si sono evoluti dal medioevo nipponico.
La pratica del naginatajutsu richiedeva un vigore singolare. Infatti, quest’arma lunga e pesante veniva utilizzata per portare colpi diretti o rovesciati, a seconda dell’impiego assennato da parte del guerriero della lama, del manico e del codolo (ishizuki). Fondamentale da parte del bugeisha era l’abilità nel cambiare rapidamente la posizione della lama, tramite una veloce inversione delle mani sull’asta, che gli consentiva di portare i singoli colpi come avrebbe fatto con la katana, ma con il vantaggio aggiuntivo di rimanere a una distanza maggiore dall’avversario grazie alla lunghezza del manico.

giovedì 25 novembre 2010

Bojutsu: l’arte del combattimento con il bastone

L’uso sistematico del bastone (bo) a fini marziali era noto come bojutsu o arte dell’asta ed era basato su un’arma di legno duro lunga circa 180 centimetri (rokushaku-bo). Come arte della difesa, il bojutsu si incentrava su tattiche volte a respingere l’attacco portato con la spada, ma poteva controllare efficacemente anche altri tipi di arma.
Il repertorio del bojutsu comprendeva tecniche per colpire, bloccare, schivare o affondare. Il gyakute uchi, una sorta di tecnica offensiva ad impugnatura rovesciata, era un sistema di attacco fondamentale che ogni esponente del bojutsu doveva essere in grado di dominare; infatti un colpo portato con l’asta secondo questo stile sviluppa una forza sufficiente a spezzare una spada di metallo o a rompere un osso.
Il bo era un’arma formidabile soprattutto considerato l’allungo che consentiva di mantenere a distanza qualsiasi avversario. I colpi basilari di questa disciplina venivano normalmente praticati in forma di fluidi esercizi formali (kata) eseguiti da uno studente armato di una spada di legno (bokken) e dal suo avversario che usava il bastone lungo (bo). Le tecniche utilizzate negli esercizi formali includevano tutta una serie di colpi con traiettoria circolare (uchi) sferrati alle parti superiori o inferiori del corpo, colpi di  rovescio (gyaku uchi), affondi (tsuki) e tutto un gruppo di parate (uke) e bloccaggi portati sulle mani o sugli avambracci, finalizzati ad impossibilitare l’avversario a proseguire il combattimento. 

mercoledì 24 novembre 2010

Iaijutsu: l’arte dell’estrazione della spada


Lo iaijutsu era l’arte di estrarre la spada e di uccidere l’avversario con un unico e fluido movimento.
Il termine iaijutsu letteralmente significava arte o tecnica (jutsu) dell’estrazione (iai). Questa disciplina venne solitamente praticata con l’utilizzo della spada classica dei samurai: la katana, oppure, in alcuni casi, con una spada creata appositamente per quest’arte: lo iaito.
Lo iaijutsu consisteva nell’esecuzione d’un solo colpo perfetto. Era un combattimento finalizzato a un unico terribile momento che seguiva un rituale di elaborati gesti con la katana, un turbinio di movimenti brevi come esplosioni, alternati a pause d’attesa composta.
A differenza del kenjutsu, generalmente lo iaijutsu veniva eseguito come esercizio individuale (tandoku renshu) e attribuiva un rilievo singolare al fatto che l’esponente poteva essere inginocchiato (seiza), accosciato (iai goshi) o in piedi (tachi waza), trovandosi dunque relativamente impreparato per il combattimento. Il bugeisha assumeva queste posizioni per poi reagire all’istante ad un assalto di un ipotetico aggressore, eseguendo uno o più colpi contemporaneamente.
Erano quattro le fasi tecniche dello iaijutsu alle quali veniva attribuito il rilievo maggiore: il nukitsuke (l’estrazione), il kiritsuke (l’azione di taglio), il chiburi (la rimozione del sangue dalla lama) e il no-to (il riporre la spada nel fodero). Ciascuna di queste fasi doveva essere effettuata con efficienza e andava sfumata in un’unità di esecuzione sulla quale prevaleva uno stato continuo di vigilanza sull’avversario (zanshin).
I kata utilizzati per apprendere questa disciplina comprendevano sistematicamente attacchi frontali, laterali, alle spalle, oltre che da qualsivoglia direzione possibile. L’essenza dell’arte stava nella rapidità fulminea e nella precisione infallibile della sua esecuzione, perché lo scopo era quello di sbaragliare l’avversario con il minor numero di colpi possibile.
Nell’arte dello iaijutsu era quindi essenziale che la katana venisse estratta con la massima velocità, sia che la si usasse per tagliare (kiri) che per colpire con il manico (tsuka ate). Precisione e potenza di esecuzione dell’estrazione, combinate con la velocità con la quale si colpiva, permettevano di affrontare un aggressore che avesse già iniziato il suo attacco.
La grazia mostrata dallo spadaccino nell’eseguire questa istantanea estrazione, caratteristica dello iaijutsu, richiedeva una profonda concentrazione durante l’esecuzione e un grado di abilità che si potevano raggiungere solo dopo innumerevoli ore di appropriato addestramento.
Gli esponenti dello iaijutsu erano tradizionalmente tenuti ad utilizzare solo una lama viva, ovvero ben affilata; infatti, senza una spada vera, era impossibile generare quell’atteggiamento mentale necessario all’arte stessa. Pertanto, se eseguita correttamente, la tecnica dello iaijutsu portava l’esponente a una distanza di una frazione di centimetro dalla lama, facendo dell’esecuzione un vero e proprio gioco con la morte, gioco che per essere effettuato con perizia andava ripetuto più volte ogni giorno.